20/07/2005
I canali ultrasensoriali
Carl Gustav Jung nel suo "L'uomo e i suoi simboli" asserisce che la nostra psiche è parte integrante della natura e per questo i suoi enigmi sono ancora molti. 
A voler citare un autore ben lontano dalle teorie sulla psicologia analitica di C. G. Jung, del calibro di Alexander Lowen, massimo esponente della scuola di W. Reich, anch'egli asserisce che per psiche si debba intendere quella parte integrante del nostro organismo che sfugge al controllo dell'Io, ma obbedisce alle misteriose leggi della natura. Entrambi (ma non sono i soli) concordano sul fatto che l'incontro tra l'Io (quella parte della mente resasi autonoma ed in grado di ragionare sull'altro da sé e sullo stesso organismo di propria appartenenza) con la psiche permetterebbe il manifestarsi del Sé dell'essere umano, ovvero l'individuo ri-trova la propria interezza e ciò gli consente di realizzarsi: di realizzare la sua vera essenza di essere vivente allo stesso tempo senziente e pensante.
Fino a questo momento l'essere umano, foggiato alla cultura giudaico-cristiana delle società capitalistiche occidentali, vive inevitabilmente la nevrosi dello sdoppiamento della personalità che, in alcuni casi gravi, si manifesta in forma di sindrome schizzoide, di cui abbondano sempre più le cronache dell'ordinaria follia quotidiana.
Nei secoli più recenti l'individuo appartenente alla cultura occidentale ha esercitato, infatti, soltanto la seconda delle due facoltà, nell'illusione che essa esaudisse tutte le modalità e le necessità di conoscenza e di comprensione del mondo e dell'intero Universo.
Come asserisce lo stesso C.G. Jung, "ci sono ragioni storiche che giustificano questa resistenza all'idea di una parte sconosciuta (all'Io) della psiche umana". In questo caso Jung la intende come complesso percettivo ed autopercettivo dell'essere umano, meglio definito come coscienza. Questa costituirebbe "una recente acquisizione, tuttora in fase sperimentale, sottoposta alla minaccia di rischi specifici e facilmente danneggiabile".
"Come hanno osservato gli antropologi" - continua Jung - "una delle più comuni forme di alienazione mentale, che si manifesta tra i popoli primitivi, è quella che essi chiamano la perdita dell'anima." Ciò significherebbe, sempre secondo Jung, una notevole spaccatura (o più tecnicamente una dissociazione) della coscienza. (E' evidente in questo saggio l'inclusione nel concetto di coscienza di quello dell'anima).
"Fra questi popoli" - egli scrive - "in cui la coscienza a un livello di sviluppo diverso dal nostro, l'anima (o psiche) non è concepita come unità. Molti primitivi, infatti, sostengono che l'uomo possiede un' anima della foresta oltre alla propria e che quest'anima è incarnata in un animale selvaggio o in un albero, con i quali l'essere umano ha una sorte d'identità psichica. Questo è un fenomeno realmente accertato che il celebre etnologo francese Lucien Lèvy-Bruhl ha definito partecipazione mistica. E' risaputo, infatti, che dal punto di vista strettamente psicologico, l'individuo può possedere un'identità inconscia di questo stesso tipo con un'altra persona, animale e persino oggetto."
Questo rispecchiamento dell'anima di cui parla Jung è un fenomeno assai probabilmente all'origine di quelli di proiezione dell'anima, che vanno sotto il nome di visioni: dallo sciamanesimo considerati spiriti, dalle mitologie della pre-storia (prima della scrittura) divinità e dalle religioni storiche entità sacre (cioè incarnazioni divine, angeli, santi, e quant'altro è considerato emanazione e manifestazione della potenza e del volere ultraterreno di un Dio).
Tutto ciò non ha creato all'essere umano per millenni disturbo alcuno, fino a che non si sviluppò all'interno della mente un'entità autonoma: in grado di pensare, di credere e di non credere, di volere e di non volere. Quest'entità è stata definita da tutti gli studiosi "Io" o "Ego" (che è il corrispondente in latino di Io).
Il mito di Edipo, come abbiamo esaminato in un precedente post, rappresenta la nascita dell'Io nella cultura occidentale, successivamente estesa a tutte le altre culture.
Nel suo recente libro, The Origin of Consciousness in the Break-down of the Bicameral Mind, Julian Jaynes affronta proprio quest'argomento e situa questo importantissimo cambiamento dell'essere umano nell'ultima parte del secondo millennio a.C. Egli non parla di coscienza in generale o in senso lato, bensì di coscienza dell'Io (in formazione).
Jaynes fa notare, infatti, che nell'Iliade non ci sono riferimenti ad un Ego o ad un Io capace di riflettere e di prendere decisioni deliberate e coscienti. Le azioni dei personaggi principali dell'Iliade sono guidate dagli dei e non sono espressioni di volontà individuali. Questo fa dire a Jaynes che l'eroe dell'Iliade non ha un Io di alcun tipo. Egli espone, poi, alcune idee interessanti sulle basi neurologiche dello sviluppo dell'Io, supponendo che gli dei siano state funzioni mentali associate al lato destro del cervello e che abbiano parlato sotto forma di allucinazioni uditive, con ripercussioni anche visive.
Il termine bicamerale, infatti, è utilizzato per indicare l'esistenza di due centri nel cervello, l'emisfero destro e l'emisfero sinistro che, pur essendo normalmente connessi ed integrati, possono funzionare in modo indipendente, al punto da far credere all'esistenza di due o più personalità (due o più entità) che abitino lo stesso corpo.
A questo proposito asserisce Jung che "la psiche dell'uomo è tutt'altro che un'unità perfettamente sintetica; al contrario essa rischia di frantumarsi anche troppo facilmente sotto l'urto di potenti e violente emozioni. Possiamo anche soltanto esser posseduti e alterati da stati d'animo malgovernati e diventare irragionevoli o incapaci di ricordare fatti importanti per la nostra vita !".
Jaynes crede che all'inizio della civiltà occidentale l'uomo fosse governato da questi due centri: l'emisfero destro (lato del dio) dava la direttiva dell'azione e l'emisfero sinistro (lato dell'uomo) eseguiva.
La ricerca neurologica moderna ha dimostrato che i due emisferi hanno effettivamente funzioni diverse. Da qualche tempo si sa che l'emisfero sinistro, per le persone che si servono della mano destra, contiene i centri dell'espressione vocale del linguaggio. Le persone che hanno una lesione grave dell'area del linguaggio parlato perdono la capacità di articolare e di enunciare la parola o di fare affermazioni sensate. Le nuove scoperte riguardano soprattutto la funzione dell'emisfero destro. Una lesione in questo emisfero menoma gravemente la capacità della persona di trattare le relazioni spazio-temporali, con disturbo dei modelli di riferimento acquisiti nella prima infanzia.
La differenza delle funzioni dei due emisferi è descritta dallo stesso Jaynes nel modo seguente: "L'emisfero destro è più coinvolto nei compiti di sintesi e di costruzione dello spazio/tempo, mentre l'emisfero sinistro è più analitico e più verbale. L'emisfero destro, come già per l'uomo primitivo rispetto agli spiriti e/o alle divinità, considera che le parti abbiano un significato solo se collocate in un contesto, in un insieme. L'emisfero sinistro, divenuto con il tempo quello dominante presso la società occidentale (in quanto sviluppatosi con l'affermazione della civiltà patriarcale), considera le parti in se stesse, non attribuendo loro significati escatologici (cioè in collegamento con verità nascoste o ultraterrene, come tali extrasensoriali).
Darwin nell'"Origine dell'Uomo" cita l'insigne antropologo Wallace allorché vuole avvalorare le sue teorie di selezione naturale della specie umana, in rapporto alle condizioni ambientali, ma anche in rapporto al maggiore o minore sviluppo delle facoltà mentali.
"Sulla grande importanza delle facoltà intellettive" - egli scrive - "non possono sussistere dubbi, poiché l'uomo deve principalmente ad esse la sua posizione predominante presso tutte le altre specie viventi. Possiamo vedere che nei più rozzi stadi della società gli individui più sagaci, quelli che inventavano e usavano le migliori armi ovvero stratagemmi, e che erano maggiormente capaci di difendersi, potevano allevare un maggior numero di figli. Le tribù che comprendevano un maggior numero di uomini così dotati, potevano aumentare di numero e sottomettere ovvero annientare altre tribù rivali. Quando una tribù s'incrementava e/o riusciva vittoriosa, spesso si avvaleva delle nuove risorse acquisite dalle tribù assorbite. Questo accadeva soprattutto perché la statura e la prestanza fisica di certi uomini appartenenti ad una determinata tribù garantiva il successo e l'accrescimento di quest'ultima.
Per rimanere ancora in epoca preistorica (ovvero in pieno dominio del matriarcato), in Europa, scrive Darwin citando Wallace, l'uomo dell'età del bronzo venne soppiantato da popoli (indoeuropei) portatori della cultura dell'età del ferro (affermazione del dominio patriarcale). "Quest'ultimi, a giudicare dalle impugnature delle spade e delle lance, erano dotati di mani più grandi, che garantivano loro una superiorità tecnica, direttamente collegata con lo sviluppo di cognizioni e, quindi, di parti cerebrali nuove." (C. Darwin L'origine dell'uomo U.T.N.)
Darwin non poteva sospettare che si trattava dello sviluppo dell'emisfero cerebrale sinistro, che è intimamente collegato alla mano destra, a discapito di tutto ciò che aveva rappresentato fino a quel momento preistorico l'emisfero cerebrale destro (tra le altre cose, la spiritualità e la relativa collocazione spazio-temporale delle entità percepite come ultraterrene).
Ai giorni nostri l'emisfero destro nelle società occidentali si manifesta in modo particolare nelle espressioni della creatività (soprattutto in campo artistico), ma non è raro imbattersi in manifestazioni che oggi sono definite parapsicologiche: ovvero in fenomeni cui l'emisfero sinistro (specie se dominato dalle ragioni dell'Io) non riesce a fornire spiegazioni coerenti con le proprie modalità di funzionamento.
Negli individui in cui l'espressione dell'Io è particolarmente relegata nell'esercizio delle funzioni dell'emisfero sinistro, infatti, accade che l'emisfero destro si manifesti in forme arcaiche, non dialoganti con gli sviluppi successivi della mente umana.
Le persone affette da questo tipo di disturbi coltivano (spesso in modo stupidamente speculativo) le capacità extra-sensoriali della mente umana, nell'illusione di essere "speciali" e nell'ignoranza di essere semplicemente fermi in dimensioni spazio-temporali appartenenti ad altre epoche dello sviluppo della specie umana: quelle in cui le capacità razionalizzanti ed equilibratrici dell'Io non erano ancora sviluppate.
Come si diceva all'inizio, infatti, soltanto l'incontro tra l'Io (ciò che abbiamo definito la parte della mente resasi autonoma ed in grado di ragionare sull'altro da sé e sullo stesso organismo di propria appartenenza) con la psiche permette il manifestarsi del Sé dell'essere umano, ovvero l'individuo ri-trova la propria interezza e ciò gli consente di realizzarsi: di realizzare la sua vera essenza di essere vivente allo stesso tempo senziente e pensante.
Tuttavia, come coloro che fanno troppo affidamento sulle loro facoltà mentali tipiche dell'emisfero destro (vedi grandi artisti come Van Gogh), anche coloro che fanno solo affidamento sulle capacità raziocinanti dell'emisfero sinistro sono soggetti alla sindrome schizzoide, che può portare alla follia e dal suicidio.
La maggiore e migliore funzione dell'Io non è quella di dominare e sottomettere tutto il resto del corpo e delle relative espressioni creative ed immaginative. Allo stesso tempo, appare piuttosto chiaro come, lungi dal rappresentare una forma superiore di capacità mentale, le facoltà medianiche, divinatorie e più in generale di dimestichezza con i canali ultrasensoriali, oggi come oggi costituiscono un indizio di disfunzione del corretto collegamento tra emisfero destro ed emisfero sinistro del nostro cervello: disfunzione con conseguenze in termini psicologici incalcolabili, nonché fonte di possibile autodistruzione, qualora non si intervenga in modo appropriato per ristabilire la comunicazione ed il senso della realtà, che soltanto l'interazione tra tutte le componenti cerebrali può garantire.
Non è un caso che alcuni studi abbiano dimostrato come gli allucinogeni, l'alcool e le droghe più in generale agiscano in senso disinibente proprio sulle fondamentali funzioni proprie dell'emisfero cerebrale sinistro.
Allorché il flusso energetico che scorre secondo un flusso naturale nel nostro organismo, come in quello di tutti gli organismi viventi, subisce gli effetti divaricanti del fenomeno che abbiamo definito perdita dell'anima, gli emisferi cerebrali entrano in conflitto tra loro su quali siano gli impulsi (output) da inviare al resto del corpo in rapporto agli input ricevuti dall'esterno. Questo genera scombussolamento degli organi e di tutto il funzionamento corporeo, in quanto si verificano polarizzazioni elettrodinamiche e veri e propri cortocircuiti elettrostatici, in grado di paralizzare il regolare funzionamento dell'intero organismo umano. Questi fenomeni sono genericamente definite "somatizzazioni", tuttavia il termine si limita a collegare il fenomeno fisico ad un fenomeno psichico cosiddetto squilibrante, ma nulla dice circa le dinamiche che sono alla base del fenomeno squilibrante.
E' lo stesso C. G. Jung che ci viene incontro sotto questo aspetto, allorché cerca di fornire una spiegazione in termini di conseguenze squilibranti che determinati eventi appartenenti al passato di uno (o più individui collegati tra loro da comuni appartenenze) riescono a generare, senza che il controllo cosciente dell'Io apparentemente possa fare nulla per impedirlo.
Questi eventi per la loro capacità di diventare tappe miliari dell'evoluzione della psiche individuale e/o collettiva assumono una vera e propria capacità "simbolica" e costituiscono il complesso dei "simboli" che il cervello destro elabora in quanto organizzatore creativo della rappresentazione della realtà (basti pensare che per l'uomo primitivo e per le grandi civiltà della storia del genere umano, fondate su fenomeni religiosi di massa, tutto il complesso delle attività umane assumeva un significato simbolico e rituale, spesso ben raffigurato in immagini sacre).
"Quando lo psicoterapeuta si accinge ad interpretare i simboli" - scrive Jung - "egli deve operare una distinzione preliminare fra quelli naturali e quelli culturali. I primi originano dai contenuti inconsci della psiche e rappresentano perciò un numero enorme di variazioni sulle immagini archetipiche fondamentali, in rapporto alla ripetizione delle esperienze del genere umano (il giorno che segue alla notte, il frutto che nasce dal fiore, la pianta dal seme, etc). In molti casi essi possono essere ricostruiti fino alle loro radici arcaiche, cioè fino alle idee ed alle immagini reperibili nelle più antiche testimonianze nell'ambito delle società primitive delle rappresentazioni simboliche dei fenomeni naturali.
Ciò è reso possibile dal fatto che il nostro organismo, ed in esso il DNA in particolare, conserva inalterata la memoria di tutto ciò che ha percorso e sperimentato l'essere in quanto specie ed in quanto discendenza. Il motivo per il quale la parapsicologia insiste sulle capacità medianiche e divinatorie della mente umana sta tutto nel fatto che la dimensione finita (spazialmente delimitata) e temporalmente presente dell'individuo, se da una parte costituisce la condizione imprescindibile per l'equilibrio psicologico, dall'altra costituisce una specie di patto tra dimensione illimitata ed a-temporale della materia organica di cui si compone il nostro organismo e di cui l'emisfero destro si fa portavoce nei confronti della dimensione universale: dimensione nella quale passato, presente e futuro (così come l'identificazione della materia e dello spirito del nostro corpo con la materia e lo spirito degli altri corpi) si annullano perfettamente. Ma è proprio in questo annullamento che l'individuo non ha più possibilità di esistere ed è proprio per questo che la parapsicologia incita all'autodistruzione.

I simboli culturali d'altra parte, sono quelli impiegati per esprimere verità che, invece, si presumono eterne e che compaiono tutt'ora in molte religioni. Quest'ultimi hanno subito molte trasformazioni e percorso un lungo processo di sviluppo più o meno consapevole all'uomo, diventando così immagini collettive accettate dalle società civilizzate."
Oggi possiamo dire che l'industria del consenso ha fatto propri questi bisogni di mitizzare e simboleggiare, insiti nel genere umano, a scopi del tutto mercantili e di potere, che la cosiddetta civiltà delle immagini tout-court (ovvero non più sacre), ha reso altrettanto suggestive ed imperiose rispetto a quelle di un tempo.
"Tuttavia" - prosegue Jung - "questi simboli culturali continuano a mantenere un grande fascino, perché mantengono molto del loro originario carattere soprannaturale. Ecco perché siamo consapevoli del fatto che essi possono evocare profonde risposte emotive in certi individui e che questa carica psichica, qualora non mitigata da altre consapevolezze dell'Io, sovente si trasforma in vero e proprio pregiudizio, costituito dal credere che detti simboli siano in verità manifestazioni dell'ultraterreno.
Essi costituiscono un fattore con il quale lo psicoterapeuta deve fare i conti, in quanto ignorarne il valore ed il significato recondito è assolutamente sbagliato."
Soltanto per fare un esempio, l'individuo in preda a "somatizzazioni" collegate a determinate simbologie (spesso evocate da semplici avvenimenti quotidiani) il cui Io non riesce a fornire spiegazioni tranquillizzanti è in preda ad un persistente terrore dell'ignoto, che gli rende la vita estremamente difficoltosa.
"Allorché il training psicoterapeutico riuscirà a collegare i fili recisi tra le sinapsi dell'emisfero destro con le sinapsi dell'emisfero sinistro, il paziente comincerà a riconoscere nelle allucinazioni e nelle somatizzazioni, prodotte dall'intensa simbologia culturale, le manifestazioni di un modo di vivere in rapporto con la realtà circostante simile a quello dell'uomo primitivo oppure del bambino, i cui comportamenti si somigliano non a caso (molti bambini subiscono allucinazioni che condizionano in modo traumatico la loro esistenza)."
Alexander Lowen convalida pienamente queste che furono semplicemente supposizioni di C. G. Jung. Egli, infatti, riporta nei suoi copiosi e ben documentati scritti testimonianze divulgative di numerosi casi di clienti (la psicoterapia contemporanea non considera più la persona psichicamente disagiata come un malato: categoria che si lascia volentieri alle speculazioni della scienza medica) che, associando un training psicoterapeutico ad un percorso di rieducazione dei flussi elettrodinamici del corpo umano ("Bioenergetica"), ristabiliscono i canali di comunicazione interrotti (ovvero mai pienamente stabiliti) tra emisfero destro ed emisfero sinistro. Questo processo terapeutico riporta la persona ad integrum (non a caso si parla di psicoterapia integrata): cioè a quell'unità che lo stesso Jung all'inizio di questo post ha lasciato intendere costituire più una conquista che un dato di partenza, caratterizzante l'essere adulto.


Sotto questo aspetto possiamo asserire che il comportamento mentale dell'essere adulto contemporaneo si distingue dalle altre manifestazioni mentali più indulgenti nei confronti delle manifestazioni primitive, infantili ed adolescenziali della specie umana, proprio dalla capacità di riuscire a riportare tutte le parti ad unità. Non è poi forse vero che tutte le parte di noi (tutti i personaggi che di volta in volta interpretiamo) sono quelle la cui piena identificazione di alcuni in contrapposizione con le identificazioni di altri sono destinate a generare sempre più apertamente conflitti e vere e proprie guerre ?
Come già scritto in altri precedenti post, l'adulto saggio del terzo millennio deve poter saper dire: "Io sono il bene ed il male, il diavolo e l'angelo, il Cristo e l'Anticristo, musulmano e induista, religioso e pagano, nomade e tecnologico, purché in armonia con la natura ed allo stesso tempo con le invenzioni del genio umano non distruttive della biosfera e, soprattutto, non annientatrici di altre culture e di altri popoli della Terra".
Soltanto questa saggezza può permettere ad un essere umano di sentirsi realizzato e di sentire e pensare allo steso tempo in modo integrato tutte le sue parti, realizzando l'interezza del proprio Sé e permettendo che il fiume di energia sottocutanea riprenda a scorrere come il grande fiume (della vita) riflesso nel sorriso indelebile sul volto di Siddharta.
10:23
Scritto da: idrogenetico
in Salute e Benessere | Link permanente | Commenti (3)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
30/05/2005
Lotte di potere tra valori matriarcali e valori patriarcali
Come abbiamo visto nel paragrafo dedicato al mito di Edipo, Erich Neumann assegna al corpo umano, identificato alla terra, alla natura, all'inconscio, una connotazione femminile. La coscienza e l'Io, in quanto concetti opposti, assumono per lui, quindi, un connotato maschile. Questa distinzione permette a Neumann di definire la differenza tra patriarcale e matriarcale in termini psicologici. Egli asserisce: "Qui patriarcato va inteso nel senso di Bachofen, come predominio del mondo maschile dello spirito, del sole e della coscienza, mentre nel matriarcato dominano l'inconscio ed un modo di pensare, o meglio di sentire, pre-conscio, pre-logico e pre-individuale".
Nel suo libro The Origin of Consciousness in the Beack-down of the Bicameral Mind, Julian Jaynes affronta lo stesso argomento.
A tale proposito, egli ha alcune idee molto interessanti sulle basi neurologiche dello sviluppo dell'Io, che sono state parzialmente avvalorate da altri studiosi di neurologia. Jaynes suppone, infatti, che gli dèi siano funzioni mentali associate al lato destro del cervello e che parlino all'uomo sottoforma di allucinazioni uditive. Nel suo saggio il termine bicamerale è utilizzato per indicare l'esistenza di due centri nel cervello, l'emisfero destro e quello sinistro, che, pur essendo normalmente connessi ed integrati, possono funzionare in modo indipendente. Jaynes crede che all'inizio della civiltà l'uomo fosse governato da questi due centri in modo sinergico tra loro: l'emisfero destro (lato del dio) dava la direttiva dell'azione, che l'emisfero sinistro (lato dell'uomo) eseguiva.
La ricerca neurologica moderna ha dimostrato che i due emisferi hanno effettivamente funzioni diverse. Da qualche tempo si sa che l'emisfero sinistro, per le persone che si servono della mano destra, contiene i centri dell'espressione vocale del linguaggio. Le persone che hanno una lesione grave nell'area del linguaggio perdono la capacità di articolare e di enunciare la parola o di fare affermazioni sensate. La persona in questione interessata da questa lesione, pertanto, relativamente agli aspetti dell'emisfero destro subisce una menomazione grave della sua capacità di trattare con le relazioni spaziali.
La differenza tra i due emisferi, infatti, è descritta da Jaynes nel modo seguente: "L'emisfero destro è più coinvolto nei compiti di sintesi e di costruzione dello spazio, mentre l'emisfero sinistro è più analitico e più verbale. L'emisfero destro considera che le parti hanno un significato solo se collocate in un contesto, nell'insieme. Mentre l'emisfero sinistro considera le parti in se stesse".
Non c'è motivo di credere, tuttavia, che l'emisfero sinistro sia stato e sia tuttora sempre dominante. E' vero che le persone civili per le quali l'analisi, il linguaggio e la manipolazione degli oggetti [e dei soggetti, trattati come oggetti] (funzioni dell'emisfero sinistro) sono gli aspetti dominanti del comportamento, ma è anche vero che il grado di dominanza è variabile. Alcune persone sono più intuitive e più creative (funzioni dell'emisfero destro) di altre. Per esempio, gli artisti hanno meno a che fare con le parole e con l'analisi che con modelli sensibili e con la loro capacità di espressione non verbale. Questo, tra parentesi, potrebbe essere il motivo per il quale alcune psicoterapie o training di counseling non perseguono in tempi relativamente brevi gli obiettivi concordati, allorché il cliente mette in gioco soltanto le funzioni dell'emisfero sinistro e non è invogliato adeguatamente dal terapeuta o dal counselor, ovvero si rifiuta di esercitarsi nell'esprimersi con il lato destro del cervello.
Certamente il modo di estrinsecare se stesso dell'uomo primitivo non era basato sul solo pensiero (che come abbiamo visto costituisce prerogativa dell'Io moderno), bensì fosse molto più vicino al temperamento "artistico". Credo che l'uomo primitivo facesse le cose non solo per il loro uso, ma anche per esprimere la propria personalità e le proprie convinzioni (perlopiù religiose). In questo senso possiamo affermare che ogni suo prodotto fosse un'opera d'arte, perché veniva dall'interezza dell'essere, cioè dall'integrazione tra le funzioni degli emisferi cerebrali. Questo, tra l'altro, il motivo per il quale la corrente umanistica della dottrina psicanalitica ha assunto negli ultimi decenni maggior peso rispetto alle altre, in quanto punta alla ricostituzione dell'integrazione delle parti successivamente separate nel funzionamento della mente umana.
Il modo di essere dell'uomo primitivo era (e lo è ancora presso limitatissime tribù aborigene in via d'estinzione) assai diverso rispetto al nostro: uomini moderni foggiati al dogma della conoscenza scientifica (ovvero al dominio ormai incontrastato delle funzioni dell'Io, rispetto a tutte le altre dell'organismo umano).
A quei tempi la persona stessa non era un individuo separato, poiché nella mente primitiva il concetto di individualità non esisteva, come fu dimostrato da Erich Neumann. L'esistenza e l'essere dipendevano dall'appartenenza, che fu definita da Lévy Bruhl come "partecipation mystique" ai processi di vita della natura, di cui gli esseri umani facevano parte a pieno titolo. In questo sistema, infatti, il cacciatore e la sua preda erano uniti: entrambi erano parte dell'ordine naturale, nell'ambito del quale la preda aveva la venerata e stimata funzione di nutrire il cacciatore e tutti i componenti del clan.
In questo senso il successo nella caccia non era considerato frutto dell'abilità individuale, bensì il risultato dell'incontro tra il destino della preda e quello del cacciatore, entrambi ispirati e guidati da una divinità superiore. Ecco perché la caccia era sempre preceduta da una cerimonia religiosa. Quando gli dèi dominavano la vita degli uomini, l'emisfero destro era dominante in ciascun essere umano, ma questo non significava il sacrificio delle funzioni dell'emisfero sinistro, le quali erano in armonia con quelle dell'emisfero destro: questo il profondo significato della mente bicamerale.
Come abbiamo visto, le funzioni dell'emisfero sinistro rappresentano la capacità sempre più affinata di manipolare le cose, che è funzione precipua della mano destra. Alcuni studiosi hanno dimostrato che un individuo privo della mano destra non ha le stesse facoltà mentali rispetto a colui che ne è provvisto, in quanto organo tattile in maggiore e migliore collegamento con le masse neuroniche del cervello sinistro. Qui si esercita la facoltà dell'Io di apprendere, di sviluppare il linguaggio verbale e, grazie ad esso, di manipolare il sapere a proprio uso e consumo.
Jaynes è convinto che gli sconvolgimenti sociali (invasione dei popoli indoeuropei portatori della cultura patriarcale) e fisici (riorganizzazione delle funzioni cerebrali), che avvennero soprattutto nell'antica Grecia alla fine del 2° millennio a.C. furono responsabili del deterioramento della mente bicamerale.
La causa primaria di questo sconvolgimento, come abbiamo visto nel paragrafo dedicato al mito di Edipo, fu lo sviluppo delle funzioni dell'emisfero cerebrale sinistro ai danni di quello destro, quale prodotto dell'affermarsi della cultura patriarcale.
In questo tipo di cultura accade che l'Io si separa dal resto del Sé, cosa che permette all'uomo di avere una visione obiettiva della natura dentro e fuori se stesso: egli comincia ad essere un osservatore degli altri e di sé come individui separati, pur facenti parte di una collettività, la quale ha necessità di strutturarsi in base a regole di potere gerarchico, che impediscano la disgregazione della collettività stessa. L'Io ha necessità di dominare e di controllare e conquista il suo potere grazie all'uso della ragione e della volontà, acquisite grazie alla conoscenza dell'altro da sé.
Il mito di Edipo, come abbiamo già visto, esprime esattamente questo momento della storia dell'antica civiltà greca (culla di quella occidentale). Ancora oggi, infatti, il problema dei problemi di uomini e donne appartenenti a questa civiltà, che non abbiamo risolto, è il conflitto tra funzioni dell'emisfero destro e funzioni dell'emisfero sinistro: conflitto generato dall'affermazione della cultura patriarcale. Ancora oggi, come già Edipo, infatti, siamo in grado di fornire alcune risposte alla Sfinge (simbolo del mistero o dei misteri che ci attorniano). Siamo, tuttavia, costretti a capitolare quando il nostro inconscio (quella parte di noi in cui sono stati seppelliti i nostri vissuti sgraditi - i nostri misteri - ed in cui sono continuamente rimosse le emozioni ed i sentimenti del presente, per paura delle sofferenze e dell'ignoto che le circonda) esplode in tutto il nostro essere. Esso travolge le barriere dell'Io e ci fa capire quanto cechi siamo stati nel voler negare l'esistenza di altri aspetti di noi, non meno importanti rispetto a quelli suggeriti dalle conoscenze e dalle manipolazioni dell'Io.
Come già fece Edipo, quando la pestilenza si abbatté su Tebe ed egli consultò Tiresia, un veggente cieco, oggi noi consultiamo un terapeuta o un counselor, allorché si abbatte su di noi il flagello della malattia mentale ovvero il semplice disagio psicologico, cui non sappiamo e non possiamo dare da soli risposte adeguate.
Come sostiene Jaynes, che Tiresia fosse cieco sta a voler significare che l'occhio cosciente può essere ingannato dall'apparenza delle cose e degli altri uomini, i quali spesso tradiscono la loro stessa natura, ingannandoci. Più complicata è la facciata delle persone, più grande è il vuoto interiore: ecco perché il moderno veggente non ha bisogno di usare l'occhio cosciente per capire la natura di colui che chiede il suo aiuto. Il terapeuta ovvero il counselor ideale dovrebbe essere come Tiresia: capace cioè di leggere ad occhi chiusi il carattere del paziente /cliente (ma con quelli dell'anima ben aperti) e di predire il suo fato e, quindi, indovinare il suo destino.
Edipo, in fondo, strappandosi gli occhi allorché seppe di aver ucciso il suo vero padre e di aver giaciuto con la sua vera madre, volle rimarcare quanto ingannevoli siano le apparenze e quanto importante sia invece la conoscenza delle cose profonde (cioè interiori): quelle che appartengono al cosiddetto mistero della vita e della morte, di cui Madre Terra (o Grande Madre) rimane tutt'oggi la gelosa custode.
L'uomo occidentale, che crede nella potenza del proprio Io, innalzato a vero Dio onnipotente, già Signore della Terra e tra non molto anche del Cielo (la conquista dello Spazio), è rappresentato sempre più dallo stereotipo del grande imprenditore capitalista, che con la forza delle sue ingenti fortune sconvolge gli equilibri dell'ecosistema terrestre, ma aggrava la qualità della vita di sempre più sterminate masse di diseredati, ai quali è in grado di portare soltanto guerre, malattie e morti, facendo credere che tutto questo sia "progresso e democrazia".

Che dire a questo punto delle donne che vogliono imitare il potere maschile, divenendo complici della distruzione dei principi creativi, che regolano la vita sul pianeta Terra ? Quando scoppiò la rivolta femminista negli anni settanta, valori come l'amore, la sessualità, l'accoglienza, la pace, il rispetto dell'altro e della diversità furono valori fortemente innovativi. Oggi li ritroviamo tra i valori sostenuti dai movimenti che si riconoscono nel fenomeno cosiddetto "no global" oppure "new global" (secondo i significati che si danno ai due prefissi). Sono quindi valori che non contrappongono più uomini e donne, bensì esseri umani "creativi" ed "umanizzatori" dei fenomeni di globalizzazione dei rapporti sociali da una parte ad esseri umani "disumanizzati" (robotizzati) e "distruttivi" delle leggi naturali della biosfera dall'altra. Quale futuro, quindi ci attende ?
Uno spunto per ipotizzare una possibile tendenza, frutto di laboriose prese di coscienza da parte di tutti gli esseri viventi, lo offre Daniel J. Siegel nel suo saggio di neurobiologia intitolato "La mente relazionale".
Questo insigne scienziato (come si usa dire nell'ambiente) ha dimostrato che il rapporto interpersonale tra il neonato e l'adulto che l'accudisce costituisce elemento non soltanto formativo (nel senso di educativo), ma anche fondativo (cioè creativo) della mente del piccolo. Come dire che la mente dei futuri esseri viventi sarà come noi decidiamo e decideremo di essere. Se decidiamo di essere creativi, i nostri figli saranno creativi. Se decidiamo di assecondare le tendenze distruttive delle specie viventi e l'uomo tra esse, i nostri figli saranno distruttivi.
Questo perché le relazioni che si stabiliscono tra adulti e neonati determinano tipologia e caratteristiche delle sinapsi, che, come si sa, costituiscono i collegamenti neuronali alla base di qualsiasi ricordo, idea, pensiero, azione, sensazione, emozione e via dicendo dell'essere umano al suo stadio evolutivo (tra 0 e 3 anni di età): tutte cose che, incidendo sui meccanismi organismici, determinano a loro volta la qualità dell'assetto biologico e, quindi, fisiologico e psicologico dell'essere umano.
Ogni peggioramento è sempre possibile negli anni che seguono, allorché cambiano le condizioni ambientali in cui è cresciuto il neonato (tipo assenza del caregiver di suo maggior riferimento). Tuttavia la mente umana acquista il suo assetto determinante nel corso dei primi tre anni di vita del bambino e, quindi, il mutamento delle condizioni ambientali successivo a questi anni può evitare il magnifico sviluppo cui una mente ben formata prelude, ma non può eliminare la cosiddetta "forma mentis", che il bambino ha appreso dall'adulto che maggiormente ha inciso nella costituzione delle sue sinapsi cerebrali. Questo perché alla sua nascita, il bambino ha milioni di potenzialità di sviluppo cerebrale. Le possibilità di utilizzarle tutte o gran parte dipende dal tipo di adulto con cui si rapporta maggiormente in termini di acquisizioni sulla realtà circostante.
Se questo adulto o adulti (nel caso di due genitori ovvero caregiver entrambi molto stimolanti), il bambino riuscirà ad utilizzare centinaia di migliaia di potenzialità e la sua mente sarà presto ricca di sinapsi, da stupire persino gli adulti circa i ragionamenti ed i comportamenti di tipo adulto che egli saprà sostenere.
Quanto asserito da questo insigne scienziato ho avuto modo di sperimentarlo personalmente con la bambina di una donna con cui sono in rapporti da anni e, quindi, ritengo possa essere un'esperienza ripetibile, che va sostenuta e che deve essere a tutti i costi divulgata, perché come sarà il mondo domani dipende da come decidiamo di essere noi oggi. Come vivranno i nostri figli dipende da quello che abbiamo già deciso su di noi oggi. Non, come purtroppo comunemente si crede, da quello che presumiamo di decidere per loro, ieri oggi e domani !
10:58
Scritto da: idrogenetico
in Salute e Benessere | Link permanente | Commenti (1)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook
25/05/2005
Il mito di Edipo e l'Io moderno
Edipo era un principe, figlio di Laio, re di Tebe. Alla sua nascita il padre aveva consultato l'oracolo di Delfi sul futuro del figlio. Avendo questi predetto che il bambino, una volta adulto avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, per impedire questa calamità Laio lo legò ad un palo in un campo e lo abbandonò, affinché morisse.
Edipo fu salvato da un pastore che ebbe pietà di lui e lo portò a Corinto, dove fu adottato da Polibo, re di quella città, che lo educò come un figlio. I suoi piedi infiammati, per essere stato legato ad un palo, gli meritarono il nome di Edipo, che in greco antico significava "piedi gonfi".
Diventato adulto, Edipo consulta anch'egli l'oracolo di Delfi per conoscere il proprio destino. Questi confermò la predizione già fatta a Laio ed Edipo, convinto che Polibo fosse suo padre, decise di evitare il fato, tentando la sorte altrove.
Sulla strada della Beozia incontra un viandante a cavallo che gli ingiunge di lasciargli il passo. Ne segue una lite ed Edipo colpisce l'uomo con il suo bastone, uccidendolo. Senza sapere chi fosse la vittima, prosegue per Tebe. Al suo arrivo apprende che la città è terrorizzata dalla Sfinge, uno strano mostro con la testa di donna ed il corpo di leone e le ali di uccello. La Sfinge proponeva un indovinello ad ogni viaggiatore che sorprendeva e coloro che non riuscivano a rispondere venivano divorati.
Creonte, signore della città, dopo la morte di suo fratello Laio, aveva promesso la corona e la mano della regina vedova, Giocasta, a colui che avrebbe liberato la città dalla Sfinge. Edipo accetta la sfida e l'affronta. Alla domanda: "Quale animale si regge su quattro gambe al mattino, su due a mezzogiorno e su tre la sera ?", Edipo risponde "L'uomo", perché nell'infanzia gattona, poi è in posizione eretta e da vecchio si aiuta con un bastone. Quando la Sfinge udì la risposta si gettò in mare ed annegò.
Edipo ritorna a Tebe, sposa la regina e governa la città per più di vent'anni. Dalla loro unione nascono due figli, Eteocle e Polinice, e due figlie, Antigone e Ismene. Tebe rifiorisce ed Edipo è venerato come un sovrano giusto e devoto al suo popolo. Purtroppo, le Erinni (così erano chiamate le divinità del Fato), avevano scavato a lungo ed a fondo nella sua anima, finché una peste terribile sconvolse l'intera città di Tebe, accompagnata da siccità e carestia. L'oracolo di Delfi risponde che il flagello cesserà solo quando sarà trovato il colpevole dell'assassinio di Laio. Le Erinni avevano fatto un buon lavoro, perché Edipo promise a se stesso ed al suo popolo che avrebbe trovato egli stesso il colpevole e fu con grandissimo sgomento di tutti che si apprese che fosse stato proprio lui a macchiarsi di parricidio, allorché ricostruiti i movimenti di Laio prima di morire, egli ricordò di aver ucciso un uomo per strada. Sopraffatta dalla vergogna, Giocasta s'impicca. Edipo si cava gli occhi. Poi, accompagnato da Antigone, la sua figlia fedele, lascia Tebe e diventa un vagabondo.
Alexander Lowen trae spunto dal mito di Edipo, superbamente sceneggiato nella tragedia greca di Sofocle denominata "Edipo Re", per il semplice motivo che esso è estremamente rappresentativo di un dramma che moltissimi individui appartenenti alla civiltà occidentale vivono, fin dalla tenera età: quello dell'attaccamento al genitore di sesso opposto, che genera risentimenti nell'altro genitore.
Come ha degnamente dimostrato Sigmund Freud, il bambino in età compresa tra i tre ed i sei anni possiede una sessualità molto sviluppata, al punto da essere fortemente attratto dal genitore di sesso opposto al suo. Una volta adulti non ricordiamo nulla, perché siamo stati fortemente censurati.
Tuttavia, in quell'età sono state vissute tante inconsapevoli gelosie tra genitore e figlio dello stesso sesso, per via della rivalità con il genitore dell'altro sesso. Tutti, senza saperlo, abbiamo sviluppato e vissuto in malo modo dinamiche familiari, che spesso hanno portato a veri e propri drammi, magari mascherati da giustificazioni di tutt'altro tipo, la cui incongruità ed apparente illogicità, tuttavia hanno tradito le vere tensioni sottostanti.
La repressione della sessualità del bambino da parte del genitore peggiora il suo senso di fragilità e gli procura la costruzione di una corazza caratteriale che permea tutto il suo corpo, per impedirgli di esprimersi sessualmente.
Crescendo il bambino porterà sempre con sé questa corazza, che gli servirà come difesa contro le situazioni esterne che lo riportano a vivere il o i drammi già vissuti. L'adulto non è consapevole di queste sue vicende e se ne accorge soltanto allorché non riesce a trovare il partner giusto per le proprie esigenze ed aspettative. Ogni adulto, infatti, inconsciamente cercherà di riprodurre con il partner di turno la situazione "edipica" già vissuta da piccolo nella convinzione che di là passi la prova della sua forza e della sua maturità sessuale. E' come se dicesse a se stesso: "Ora posso vincere contro ciò che mi ha schiacciato da piccolo !".
Purtroppo, non avendo strumenti di conoscenza su di sé e sulla propria storia infantile, l'adulto viene puntualmente sconfitto ed è costretto a rivivere il dramma già vissuto oppure a vivere la paura del crollo psicologico che quel dramma gli ha già procurato da piccolo: quella stessa paura d'impazzire che lo aveva costretto a corazzarsi rispetto alle sensazioni corporee, ai sentimenti, all'amore per l'altro, alla sessualità senza angosce.
Paradossalmente, nel tentativo di fuggire da ciò che teme, egli si rifugia sempre più nel suo guscio che dovrebbe proteggerlo, diminuendo le attività vitali e diminuendo progressivamente le proprie energie necessarie per affrontare le avversità della vita. In questo modo, tuttavia, egli si troverà a vivere prima o poi proprio quel crollo psico-fisico che ha sempre fuggito.
Edipo, infatti, nel tentativo di fuggire il padre (per evitare di doverlo uccidere) s'imbatte proprio nell'assassinio del padre ed ha rapporti incestuosi con la madre, dalla quale ha persino dei figli.
A parte il significato antropologico di questo mito (di cui ti parlerò la prossima volta), l'aspetto psicologico è proprio quello che non si può sfuggire al proprio fato, ma soltanto conoscerlo.
L'idea che il tentativo di fuggire al fato serva soltanto a renderlo più certo è illustrata, altresì, dal celebre racconto di John O'Hara "Appuntamento a Samarra". Nel libro egli narra di un servo, che mandato dal suo padrone a comprare provviste sulla piazza del mercato di Baghdad, ritorna in preda al terrore. Era stato urtato da qualcuno tra la folla e quando si era voltato aveva visto la Morte, che sembrava minacciarlo. Il servo corre dal padrone e lo supplica di dargli un cavallo per fuggire in tutta fretta a Samarra, nel tentativo di evitare la Morte. Il padrone gli concede il cavallo e si reca nella piazza del mercato di Baghdad. Appena la vede le si avvicina e le chiede perché avesse minacciato il suo servo. "Non l'ho minacciato - risponde la Morte - il mio è stato un gesto di stupore nel vederlo qui a Baghdad, perché ho un appuntamento con lui stanotte a Samarra" !
Il racconto è molto significativo per coloro che cercano di fuggire ciò che invece devono affrontare: ovvero se stessi, la propria storia, il proprio fato ed il dolore, senza il quale non nasce niente di nuovo, ma si resta con l'eterna paura di vivere.
Come già scritto, tutti noi, senza saperlo, abbiamo sviluppato e vissuto in malo modo dinamiche familiari, che spesso hanno portato a veri e propri drammi, magari mascherati da giustificazioni di tutt'altro tipo, la cui incongruità ed apparente illogicità, tuttavia hanno tradito le vere tensioni sottostanti. Nessuno immagina che queste tensioni possano risalire ad origini lontanissime: ovvero proprio ai tempi in cui è nato il mito di Edipo.
Come sapientemente dimostrato da Greves nel suo saggio "I miti greci", le popolazioni dell'antica Grecia dell'età micenea veneravano divinità tutte riconducibili al mito della madre terra GEA, in quanto la cultura caratterizzante era ancora quella matriarcale. Successivamente alle invasioni dei popoli indoeuropei (Dori, Ioni, Attici), portatori della cultura patriarcale, sviluppatasi nelle grandi praterie di loro provenienza, in cui questi popoli vivevano di transumanza, le divinità ed i miti ispirati dalla cultura matriarcale furono progressivamente sostituiti con quelli importati dalla cultura patriarcale.
Più tardi autori come Erich Fromm ed Erich Neumann (analista junghiano) sostengono che il mito di Edipo rappresenti una sorte di spartiacque tra l'antica mitologia autoctona e quella importata dai popoli indoeuropei. Dopo un attento studio delle tragedie ad esso dedicate da Sofocle, il primo asserisce che "Un'analisi della trilogia completa di Edipo (Edipo Re, Antigone ed Edipo a Colono) dimostra che la lotta contro l'autorità paterna è il tema comune e principale delle tragedie e che le radici di questa lotta risalgono al consumato conflitto tra la cultura matriarcale e quella patriarcale."
"Il principio matriarcale" egli sostiene "è quello dei legami di sangue, vincoli fondamentali ed indistruttibili, dell'eguaglianza di tutti gli uomini e del rispetto della vita umana e, quindi, dell'amore. Il principio patriarcale è quello in cui il legame tra marito e moglie, tra signore e suddito, ha la precedenza sul vincolo di sangue. Esso è il principio dell'ordine e dell'autorità, dell'obbedienza e della gerarchia."
Neumann considera, altresì, il mito di Edipo la storia dell'origine del potere dell'Io e della sua sfida all'inconscio. Egli asserisce:"Il mondo sperimentato da un Io umano che si sta svegliando è il mondo del matriarcato di Bachofen" di cui la Sfinge è il rappresentante. Neumann descrive la sfinge come la "nemica antichissima, il drago dell'abisso, la potenza della Madre Terra nel aspetto uroborico". Quest'espressione si riferisce alla natura come fu vissuta dall'uomo primitivo, nel suo doppio aspetto di nutrice e predatrice, protettrice e distruttrice: colei che da e che toglie la vita. La natura era la grande forza sconosciuta davanti a cui l'Io dell'uomo era indifeso ed in soggezione. Ed era anche la natura dell'uomo stesso, il grande inconscio (il risvolto psichico e simbolico della complessità biologica dell'organismo umano), contro cui la coscienza dell'Io lottava. Questa condizione caratterizzò l'umanità allo stadio della caccia e della raccolta, prima che le grandi civiltà si sviluppassero in conseguenza dell'addomesticamento degli animali e della coltivazione delle piante (vedi civiltà mesopotamiche, egizie, israelitiche e micenee). 
Nel corso dei primi decenni dello sviluppo di queste civiltà il principio matriarcale fu ancora largamente dominante. Questo periodo è rappresentato in mitologia da una dea dominatrice e da un giovane dio che è ad un tempo suo figlio e suo amante. Attis, Adone, Tammuz e Osiride sono esempi comuni alle suddette civiltà di giovani dei, nati dalla Grande Madre, diventati suoi amanti, morti e rinati di nuovo, grazie a lei. Questi giovani dei sono simboli della vegetazione, che nasce dalla terra ogni primavera (nascita), ritorna alla terra in autunno (morte) e rinasce l'anno seguente.
In questo stadio dello sviluppo delle civiltà l'Io ha una caratteristica di giovinezza e anche se comincia a rappresentare la distinzione dell'individualità rispetto alla massa (intrinsecamente legata alla Madre Terra), non costituisce ancora il pensiero che prende autonomia dal resto del corpo (comunque intrinsecamente legato alle leggi della natura). Per Neumann il significato di Edipo è quello che solo con lo sviluppo di questo mito "termina la linea del rapporto fatale con la Grande Madre e il figlio amante." Edipo rappresenterebbe la vittoria dell'Io sull'inconscio o quanto meno la sua emancipazione dall'amorfa, confusa e sconosciuta dinamica della natura, comprendendo in essa il comportamento corporeo dell'uomo e della donna.
Infatti, per la sua associazione al corpo, identificato con la stessa sostanza della Madre Terra e di tutti gli esseri viventi dalla stessa generati, l'inconscio (ovvero la dinamica corporea non conosciuta dall'Io) ha una connotazione femminile. La coscienza (cioè il principale strumento dell'Io) prodotta dal pensiero razionale dello stesso Io, come tale in grado di contrapporsi all'ignoto, assume una connotazione prettamente maschile. Questa differenziazione consente a Neumann di definire la differenza tra patriarcale e matriarcale in termini psicologici.
Cosicché il mito di Edipo altro non è che la rappresentazione dell'emergere di una nuova abilità umana, in grado di fornire spiegazioni e risposte ai misteri della natura, dell'inconscio, del femminile dentro ciascuno di noi. Edipo, infatti, risponde senza sforzo all'enigma (mistero) della Sfinge (rappresentazione della mostruosità dell'ignoto). Tuttavia, non è ancora così potente da predire il futuro. Egli, come già nella cultura matriarcale, deve rivolgersi all'Oracolo di Delfi (che altro non è che una delle manifestazioni dei "misteri della natura umana"). Il giovane Edipo, proiezione mitologica del giovane Io dei Greci, generati dalla contaminazione dei popoli autoctoni (cultura matriarcale) con i popoli indoeuropei invasori (cultura patriarcale), deve ancora lottare prima di prevalere sul Sé (termine con il quale si indica tutta la complessità dell'essere umano). Per poter vincere, egli deve innanzitutto conoscere il Sé (ovvero ben interpretare l'Oracolo interiore: quello che suggerisce i bisogni reali che, qualora non accettati dall'Io, faranno in modo di rivoltarsi contro di lui). Infatti Edipo alla fine perde il confronto con le leggi della natura (ovvero con se stesso), perché, invece di affrontare, fugge in un'altra città, rinunziando alla conoscenza più profonda. Questa conoscenza più profonda di noi stessi, della nostra storia e del nostro fato (cui rinunziamo ancora oggi) gli avrebbe aperto gli occhi. Non avendola perseguita, egli si infligge la punizione corporale dell'accecamento (come a voler dimostrare quanto fosse stato ceco già prima).
Oggi gli psicoterapeuti di cultura umanistica (quelli che hanno appreso pienamente la lezione di Edipo) sanno dell'esistenza del Fato e, quindi, sono in grado di predire il futuro dei loro pazienti ovvero clienti (in caso di Counseling). Ciò che pochi sanno, tuttavia, è che un training psicoterapeutico consente al paziente/cliente di poter essere più "oculato" di Edipo e di poter acquisire la conoscenza del proprio fato, in rapporto alle vicende vissute nell'infanzia o nella prima adolescenza (quelle che rappresentano in qualche modo l'infanzia e l'adolescenza dell'umanità) e, quel che è più importante, del loro strascico/significato sul presente.
Soltanto accettando il proprio fato (cioè accettando, anche se comporta sofferenza, il proprio modo di essere al mondo, così come storicamente determinato) il singolo essere umano può affrontare realmente le situazioni e le relazioni umane, che prima lo hanno visto sconfitto (come già a suo tempo Edipo).
Un ulteriore approfondimento sul significato antropologico del mito di Edipo evidenzia che la cultura patriarcale si fosse già sufficientemente affermata nell'antica Grecia (culla di tutta la civiltà occidentale), al punto che il mito dell'eterno incesto tra Grande Madre e figlio divino, pronto ad amarla e a morire per lei per l'eternità, fosse stato scalzato nella coscienza delle nuove generazioni, eredi delle due culture rivali (matriarcale e patriarcale). Sebbene, infatti, le Erinni (altro simbolo della divinità femminile) riuscirono a vendicare l'affronto alla Sfinge (segno che la lotta tra il patriarcato ed il matriarcato non fosse ancora del tutto superata a vantaggio del patriarcato, come di fatto avvenne qualche secolo dopo - ma mai definitivamente) attuato dal pensiero logico/razionale di Edipo, l'incesto con la madre Giocasta nel mito è fonte di grandi sventure e di tormenti interiori: cose che soltanto qualche decennio prima non avrebbero trovato giustificazioni di sorta nelle coscienze degli uomini e delle donne.
Questo dimostra, come la repressione attuata dai genitori delle generazioni dell'antica Grecia post-edipica fino ai giorni nostri nei confronti del desiderio incestuoso dei figli verso la madre (e per analogia delle figlie verso il padre) sia qualcosa che le nostre menti hanno acquisito culturalmente in epoche molto recenti (rispetto alla nascita del "homo sapiens"). Dal punto di vista psicanalitico si può, pertanto, affermare che, come ogni cambiamento brusco ovvero imposto con la forza, anche quello di impedire al bambino di esprimere la propria sessualità è una pratica scorretta, fonte anch'essa di grandi sventure per colui che sarà poi il futuro adulto: ovvero noi ed i nostri problemi irrisolti !
Se pensiamo, poi, che questa pratica ha costituito sempre un modo per perpetuare il potere maschile su quello femminile, possiamo comprendere ancor più tutta la strumentalità di una pratica che possiamo definire "innaturale". Nella situazione "edipica" del bambino il conflitto fondamentale è, quindi, quello tra i genitori. Il loro rapporto costituisce la base del triangolo e i conflitti in questo rapporto sono la causa di tutti i problemi irrisolti dei bambini, futuri uomini e future donne.
Quando marito e moglie sono sessualmente soddisfatti della loro relazione e non soffrono di complessi di colpa generati dalla cultura patriarcale dominante, i bambini non sono coinvolti in una situazione edipica. Dobbiamo riconoscere, tuttavia, che nella nostra società occidentale è molto raro che una coppia non soffra di contrasti dovuti alla morale, foggiata nelle convinzioni di tipo religioso. Questo fa sì che la soddisfazione sessuale sia cosa molto rara, anche nei matrimoni in cui l'amore è vivo ! La maggior parte delle persone erige facciate, per nascondere le proprie insoddisfazioni sessuali e le delusioni che ne derivano nei rapporti di coppia come inevitabile conseguenza. La facciata serve a dissimulare il fallimento del matrimonio agli altri e soprattutto a se stessi. Questo genera quello che Alexander Lowen definisce "tendenza seduttiva del genitore insoddisfatto nei confronti del figlio o della figlia".
Una madre o un padre insoddisfatto molto spesso si rivolge al proprio figlio/figlia per riversare su di lui le proprie delusioni e le proprie ansie, nel tentativo di mitigarle, grazie all'acquisizione della complicità del figlio/figlio, giocata in modo ostentato o subdolo contro il partner. Il genitore in questo caso, pur non ammettendo in teoria la possibilità di un rapporto incestuoso, ammicca continuamente ad esso, facendo leva (consapevolmente o inconsapevolmente) sull'attrazione che egli naturalmente esercita nei confronti del figlio/figlia: soprattutto quando questi ha un'età compresa tra i tre ed i sei anni (vedremo appresso che questa età costituisce la fase evolutiva moderna corrispondente all'epoca dell'umanità in cui dominava la cultura matriarcale).
Quando questo avviene (purtroppo di frequente) il bambino subisce danni enormi che sconterà pesantemente da grande, perché non saprà ritrovare se stesso nella naturale ricerca delle reciproche corrispondenze con esponenti dell'altro sesso.
17:04
Scritto da: idrogenetico
in Salute e Benessere | Link permanente | Commenti (0)
|
Segnala
| OKNOtizie |
Facebook